Cè, nelle poesie di Edith Bruck, una lucida presa d'atto che molta vita è trascorsa. Cè un tempo presente attraversato da ricordi, malinconie. Ma c'è anche un tempo inquieto, senza pace e quotidianamente invaso dal passato di chi è sopravvissuto al momento più buio della storia del Novecento. Ed è sorprendente constatare come la lingua che racconta l'oggi è la stessa che racconta it passato. L'autrice non muta né lessico né registro, quando ricorda Auschwitz.
Ma va avanti e indietro nella storia della propria vita con un inconfondibile sermo humilis. Si scava cosi, tra orrore e rappresentazione verbale, una soma di iato, una "dissonanza", che mostra come solo una versificazione distante da fascinazioni retoriche è abilitata a parlare, con verità, di quell'orrore. Solo una lingua viva verbalizza un dolore vivo, insomma. Il sottofondo verbale sottile, costante e fondato su toni bassi e naturali, riconnette in modo implacabile l'adesso con l'allora.
E dice come quel male è nella storia e tra noi, e gira da millenni e pub riesplodere nel vivere di tutti i giorni. E va raccontato, riferito come qualcosa che è awenuto e pub avvenire qui e ora, tra di noi. Con le stesse parole che usiamo qui e ora e tra di noi. "Liberaci dall'estetica e cosi sia", recita un verso di Giovanni Raboni. Che, forse, è it commento più adatto a queste pagine.
Cè, nelle poesie di Edith Bruck, una lucida presa d'atto che molta vita è trascorsa. Cè un tempo presente attraversato da ricordi, malinconie. Ma c'è anche un tempo inquieto, senza pace e quotidianamente invaso dal passato di chi è sopravvissuto al momento più buio della storia del Novecento. Ed è sorprendente constatare come la lingua che racconta l'oggi è la stessa che racconta it passato. L'autrice non muta né lessico né registro, quando ricorda Auschwitz.
Ma va avanti e indietro nella storia della propria vita con un inconfondibile sermo humilis. Si scava cosi, tra orrore e rappresentazione verbale, una soma di iato, una "dissonanza", che mostra come solo una versificazione distante da fascinazioni retoriche è abilitata a parlare, con verità, di quell'orrore. Solo una lingua viva verbalizza un dolore vivo, insomma. Il sottofondo verbale sottile, costante e fondato su toni bassi e naturali, riconnette in modo implacabile l'adesso con l'allora.
E dice come quel male è nella storia e tra noi, e gira da millenni e pub riesplodere nel vivere di tutti i giorni. E va raccontato, riferito come qualcosa che è awenuto e pub avvenire qui e ora, tra di noi. Con le stesse parole che usiamo qui e ora e tra di noi. "Liberaci dall'estetica e cosi sia", recita un verso di Giovanni Raboni. Che, forse, è it commento più adatto a queste pagine.