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Annalisa Metta

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Coreografie urbane

La condizione di « luogo abitato » sussiste purché qualcuno vi porti i propri passi, vi indugi, vi si adatti e, viceversa, lo adegui alle proprie esigenze, pratiche e poetiche. L'abitare richiede l'esserci, richiede il corpo. Non stupisce, perciò, che una lunga tradizione europea abbia definito la città una corporazione - nel senso letterale di aggregazione di corpi - più che un ambito fisico1.
In tempi recenti, l'esperienza planetaria della temporanea espulsione degli esseri umani dalla scena urbana, per contenere la diffusione del contagio da Covid-19, ha confermato che la città esiste come campo relazionale tra corpi, la cui presenza/assenza e il cui movimento sono azioni cognitive, configurative, sociali, spaziali, politiche, architettoniche. È questa la sostanza di cui si compone lo spazio pubblico, dove molteplici coreografie - libere o indotte, coordinate o anarchiche - si sovrappongono e intrecciano continuamente, con diversi ritmi e registri.
Per questo lo spazio pubblico è l'orditura geometrica, politica e coreutica portante della città e il suo progetto è l'arte di disporre le condizioni spaziali per interazioni sociali che si incarnano nei corpi e che incessantemente si generano, assopiscono, rinascono. Il progetto dello spazio pubblico è regia del movimento. È la scrittura coreutica dell'esperienza dello spazio abitato in comune, sia che vi determini azioni obbligate, sia che vi accolga e solleciti comportamenti spontanei e imprevedibili.
Osservare e progettare le coreografie urbane significa interpretare i rapporti tra le strutture spaziali della città, le esperienze fisiche ed emotive delle e degli abitanti, i codici, le regole e le convenzioni che le inducono o determinano.
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